il piccolo economista

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I salari in Italia

Parlare dei salari in Italia, in TV e sui giornali, è cosa alquanto bizzarra, si tratta infatti di comunicare al povero che tale è, come se ci fosse bisogno dell’ISTAT o dell’EUROSTAT o di qualunque altro ente o organismo nazionale o internazionale per sapere ciò che gli Italiani vivono ogni giorno sulla loro pelle. Però la statistica ci dice che siamo quasi tutti poveri, non solo il singolo italiano che legge il giornale o guarda la TV: davvero una magra consolazione…

Le classi più deboli (pensionati, disoccupati, precari) possono benissimo essere considerati poveri secondo quelli che sono oggi i parametri europei o più in generale quelli del mondo occidentale. Il ceto medio (abbastanza largo in Italia per via dell’appiattimento degli stipendi) sta praticamente scomparendo nel senso di ceto non ricco ma nemmeno povero, scivolando sempre più verso il basso, schiacciato dalle tasse (la maggior parte sono lavoratori dipendenti che non possono certo evadere..) dall’aumento dei tassi sui mutui e dall’inflazione - quella reale ovviamente non quella dell’ISTAT -. Si salva solo, ma non si sa ancora per quanto tempo, la parte alta della classe media. Che il cosiddetto ceto medio sia allo stesso tempo il più numeroso e il più tartassato è cosa nota, infatti le tasse in Italia sono sì a “scaglioni con aliquote progressive”, ossia chi più guadagna è assoggettato ad una aliquota via via più alta, ma per il nostro fisco basta poco per essere ricchi: in pratica due coniugi con figli, entrambi impiegati, risultano fuori da ogni sostegno in termini fiscali a parte le ridicole detrazioni.

Nel caso qualche lettore pensasse che scriviamo questo cose in quanto siamo ancora sotto l’effetto dello spumante del brindisi di Capodanno, cerchiamo di fare un riepilogo degli eventi dell’ultimi mesi:

Ottobre

Il Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi in una lezione all’Università di Torino ci comunica che i salari in Italia sono mediamente più bassi - a parità di potere di acquisto - di quelli europei, in particolare del 10% rispetto la Germania, del 20% rispetto la Gran Bretagna e addirittura del 25% rispetto alla Francia.

Novembre

Sempre Mario Draghi, alla gionata mondiale del risparmio, parla dell’impatto dell’aumento dei tassi sui mutui a tasso variabile e della conseguente incidenza sul reddito disponibile delle famiglie. Inoltre a parità del tasso ufficiale di sconto della BCE (uguale in tutti i Paesi europei che utilizzano l’euro come moneta) i tassi sui mutui in Italia sono più alti di circa un punto percentuale rispetto alla media europea. Una vera ciliegina sulla torta…

Dicembre

L’Eurostat comunica che la Spagna ha superato l’Italia nella classifica del reddito lordo pro capite. Non siamo interessati alle polemiche che sono seguite con relativi aggiustamenti e precisazioni, non stiamo discutendo del dato matematico ma di quello economico e politico: la Spagna cresce ogni anno ad un ritmo doppio rispetto all’Italia in termini complessivi, ossia come Paesi, non ci stupisce che se non quest’anno il prossimo o l’altro ancora il sorpasso avverrà. Il reddito lordo pro capite è per certi versi un indicatore migliore rispetto al Pil dei vari Paesi, infatti il prodotto interno lordo di un Paese dipende anche dalla sua popolazione, avendo l’Italia una popolazione maggiore di quella spagnola il Pil dell’Italia è sostanzialmente più alto (siamo ancora al settimo posto), ma se andiamo a vedere come questo reddito si ripartisce mediamente sul singolo cittadino ecco che le cose peggiorano e di molto anche…

Siamo stati per lungo tempo al sesto posto nella classifica mondiale per Pil (ci precedevano nell’ordine: Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito - qualche anno anche quinti prima della cura Thatcher in UK) recentemente siamo stati sorpassati dalla Cina (e questo si può anche capire!)  a breve ci sorpasserà l’India e poi la Russia e il Brasile. Ma come dicevamo il reddito pro capite  è un indicatore migliore per capire la velocità dei singoli Paesi in termini economici. Così scopriamo che il Lussemburgo è il posto con il più alto reddito pro capite in Europa, seguito da Norvegia, Irlanda, Islanda, Svizzera e Olanda. Troviamo una sorpresa: l’Irlanda, Paese da sempre poverissimo con scarse risorse naturali, ma che negli ultimi anni ha saputo sfruttare in maniera eccellente i finanziamenti europei e il capitale umano, investendo in ricerca e tecnologia e nei servizi, il tutto condito da un’accorta politica di riduzione delle tasse specie di quelle per le aziende. Risultato: l’Irlanda è piena di aziende multinazionali che hanno investito nel territorio (vedi Google) e altre ne sono nate direttamente in loco (vedi Ryanair).

Gennaio

Luigi Angeletti, leader del sindacato UIL, annuncia la linea dura dopo le dichiarazioni natalizie di Romano Prodi che prometteva una svolta su salari e tasse.

 Guarda il video.

Il problema è serio e almeno a parole sono tutti pronti ad intervenire. Gli italiani aspettano i fatti, che potremmo sintetizzare così:

1. Rinnovo veloce e serio dei contratti di lavoro collettivi scaduti

2. Riduzione del cuneo fiscale a favore dei lavoratori

3. Riduzione delle aliquote fiscali

La pressione fiscale è ai massimi storici, i consumi rallentano e si sostengono solo grazie al credito al consumo, l’inflazione corre - ora se ne è accorta anche l’Istat - e se non si corre ai ripari il giocattolo italiano, ossia il benessere diffuso in un contesto comunque molto disomogeneo e con problemi cronici, si romperà.

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